Condividi
AD: article-top (horizontal)

Lo spettacolo "Quattro Quarti" ha debuttato con successo al Teatro Cantiere Florida di Firenze. L'opera, ispirata a Samuel Beckett, esplora temi esistenziali attraverso quattro atti unici.

Successo per la prima di "Quattro Quarti"

Il Teatro Cantiere Florida ha ospitato la prima assoluta di "Quattro Quarti". L'evento si è svolto nell'ambito del Prima Materia Festival, organizzato da Murmuris. La rappresentazione ha riscosso un notevole apprezzamento da parte del pubblico presente.

Lo spettacolo è un'interpretazione di Alessandro Averone. Egli ha riletto l'universo di Samuel Beckett. La messa in scena si compone di quattro testi brevi. Questi sono stati uniti in un unico flusso narrativo.

Un viaggio esistenziale in quattro tempi

"Quattro Quarti" è prodotta da Altra Scena. Si sviluppa come un movimento ciclico. La struttura segue le tappe fondamentali dell'esistenza umana. L'individuo è indicato genericamente come "A".

La fedeltà ai testi originali di Beckett è stata mantenuta. Tuttavia, la messa in scena ne ha rinnovato profondamente l'impatto. Uno dei temi centrali di Beckett è emerso con forza. Si tratta dell'irruzione del mondo esterno. Questo assedia l'io del protagonista. Viene messo a nudo il suo vuoto interiore.

Il primo quadro: "Atto senza parole I"

Nel primo atto, Mauro Santopietro interpreta un personaggio isolato. Il suo silenzio viene interrotto da segnali esterni. Questi provengono da un "fuori" invisibile. La lotta dell'attore con gli oggetti sul palco è intensa.

Cubi che si muovono, corde che scendono, caraffe d'acqua che scompaiono. Tutto contribuisce a creare un senso di assedio. Gli spettatori stessi sono coinvolti. Vengono colpiti da continue sorprese sonore e visive. Il palco diventa lo spazio dell'io interiore.

"Teatro due": la catalogazione dell'esistenza

Nel secondo atto, intitolato "Teatro due", i personaggi B e C dominano la scena. Sono interpretati da Marco Quaglia e Antonio Tintis. Il personaggio A rimane immobile, di spalle, in attesa.

La recitazione diventa serrata, quasi burocratica. Quaglia e Tintis agiscono come "chirurghi della memoria". Esaminano un archivio biografico. L'esistenza di un uomo viene ridotta a categorie precise. Lavoro, famiglia, finanza, arte.

Una catalogazione frenetica e priva di empatia. Vengono elencati eventi minimi e traumi personali. Si parla di fobie, disturbi fisici, relazioni deteriorate. La crudeltà della scena risiede nella riduzione dell'umano a pratica amministrativa. Ogni emozione viene soffocata da ordini perentori.

"Catastrophe": l'umiliazione finale

In "Catastrophe", il personaggio A subisce l'ultima umiliazione. Diventa un'installazione artistica. Viene manipolato da un regista. Questo rappresenta la mercificazione estrema del corpo e dell'anima.

L'individuo cessa di essere persona. Diventa una superficie esposta. L'inerzia di A, la sua passività, è uno dei momenti più inquietanti. In un'epoca di personal branding, questa scena offre una diagnosi tagliente.

"Non io": la discesa negli inferi

Il cerchio si chiude con "Non io". Alessia Giangiuliani offre un'interpretazione magistrale. Non è una voce disincarnata. La regia la mostra defilata, ripiegata su se stessa. La sua performance è una vera "discesa agli inferi senza paracadute".

L'attrice gestisce una partitura complessa. Passaggi velocissimi, risate nervose, continue negazioni dell'identità. Il microfono amplifica ogni respiro, ogni suono. La Giangiuliani trasmette una vulnerabilità insostenibile. Non recita il dolore, lo subisce in diretta. Lotta con le parole per dare un nome alla sua "dannazione di cose".

Le scelte di Averone sono evidenti. Ha eliminato la patina sacrale. Ha evitato il tono monocorde depressivo. Lo spettacolo è stato prodotto da Altra Scena. Gli attori presenti nel cast includono anche Gabriele Sabatini.

AD: article-bottom (horizontal)