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Una ricerca condotta a Milano ha identificato le molecole chiave che trasformano il tumore alle corde vocali in una forma più aggressiva e metastatica. Questa scoperta apre nuove prospettive per terapie mirate.

Nuova luce sul tumore delle corde vocali

Uno studio di origine italiana, con radici a Milano, potrebbe fornire risposte cruciali. La ricerca mira a svelare il meccanismo scatenante che rende il tumore alle corde vocali più aggressivo. Questo processo ne favorisce la diffusione nell'organismo.

I risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica ‘Advanced Science’. La paternità della ricerca è attribuita a scienziati dell'Istituto oncologico molecolare di Fondazione Airc. Hanno collaborato anche ricercatori del Dipartimento di oncologia ed emato-oncologia dell'Università Statale di Milano.

Identificate le molecole 'registe' della trasformazione

Per la prima volta, un team di ricercatori ha individuato specifiche molecole. Queste agiscono come vere e proprie ‘registe’ della trasformazione tumorale. Determinano il passaggio dei tessuti da uno stato solido e protettivo a uno fluido e invasivo.

Le cellule del nostro corpo sono costantemente sottoposte a forze meccaniche. Queste derivano da movimenti quotidiani come la respirazione o il battito cardiaco. I tessuti sani possiedono una notevole capacità di adattamento a tali sollecitazioni.

Nei tumori epiteliali, tuttavia, questa capacità di adattamento può giocare un ruolo negativo. Favorisce infatti la progressione della malattia. Un tessuto che acquisisce una certa fluidità permette alle cellule tumorali di muoversi più facilmente.

Questo tipo di tumore diventa particolarmente pericoloso quando le cellule maligne acquisiscono la mobilità. Ciò porta alla formazione di metastasi in altre parti del corpo.

Il legame tra meccanica e aggressività tumorale

Il cancro delle corde vocali origina dagli strati epiteliali che rivestono queste strutture. Tali strati sono soggetti a continue sollecitazioni meccaniche. L'aggressività del tumore è strettamente connessa all'alterazione delle proprietà fisiche del tessuto.

I meccanismi molecolari alla base di questi cambiamenti sono rimasti a lungo un mistero. La nuova ricerca ha fatto luce su questo aspetto fondamentale.

Come spiega **Giorgio Scita**, direttore del Laboratorio Ifom sui Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali e professore ordinario di Patologia generale presso la Statale di Milano, era già noto un concetto importante. I tessuti epiteliali tendono naturalmente a uno stato ‘solido’. In questa condizione, le cellule sono strettamente unite e poco mobili.

Questo stato ‘bloccato’ (o ‘jammed’, usando una metafora del traffico) ha una funzione protettiva. Impedisce alle cellule tumorali di diffondersi. Per diventare invasive, le cellule devono superare questo ostacolo. Devono transitare verso uno stato più ‘fluido’ (o ‘unjammed’), capace di movimenti collettivi coordinati.

Questo fenomeno è analogo alle transizioni di fase note nella fisica della materia. Studi precedenti, inclusi quelli del gruppo diretto da **Scita**, avevano già evidenziato come le cellule potessero oscillare significativamente di volume. Queste fluttuazioni potevano abbassare la barriera energetica necessaria per ‘liquefare’ il tessuto.

Tuttavia, i meccanismi molecolari precisi che innescano e controllano questo processo erano solo parzialmente compresi.

La ricerca: geni specifici e proteine chiave

I risultati dello studio, guidato da **Hind Abdo**, ricercatrice libanese presso Ifom, e da **Scita**, dimostrano un dato nuovo. La transizione verso uno stato fluido e invasivo richiede l'attivazione di geni specifici.

Durante gli esperimenti, i ricercatori hanno utilizzato diverse tipologie di cellule in coltura. Tra queste, cheratinociti umani, cellule di carcinoma epidermoide, espianti di epitelio bronchiale sano e cellule di carcinoma delle corde vocali e di carcinoma squamocellulare.

Le tecniche impiegate sono state all'avanguardia. Hanno incluso sistemi avanzati di imaging, tracciamento del movimento cellulare in tempo reale e editing genetico con Crispr-Cas9. Quest'ultimo è stato utilizzato per eliminare geni specifici di proteine chiamate connessine.

Le connessine sono proteine che formano le gap junction. Queste sono canali attraverso cui le cellule vicine comunicano e si scambiano fluidi. Al centro della scoperta vi è il ruolo di alcuni fattori di crescita, **Egf** e **Areg**. Questi sono normalmente prodotti dall'organismo in risposta a lesioni o proliferazione cellulare. Sono spesso sovraespressi nei tumori.

«L'Egf funziona come un interruttore», spiega **Abdo**. «Legandosi alla superficie cellulare, avvia una cascata di segnali. Questa porta alla produzione di due specifiche connessine: **Cx26** e **Cx31**». Quando questi canali si moltiplicano, le cellule iniziano a scambiarsi fluidi in modo sincronizzato. Si gonfiano e si sgonfiano in sequenza, alterando la fluidità del tessuto.

Prospettive terapeutiche future

Questa scoperta apre scenari terapeutici promettenti. Si basano sull'inibizione delle proteine coinvolte in questa transizione molecolare. «Ciò che rende questa ricerca concettualmente rilevante», afferma **Scita**, «è l'identificazione di un programma molecolare preciso. Non si tratta di una semplice risposta passiva a sollecitazioni fisiche. Questo programma permette la transizione del tessuto da uno stato solido e immobile a uno fluido e invasivo. Un tale livello di controllo molecolare non era mai stato dimostrato prima in questo contesto».

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