La mozione di sfiducia contro il Presidente del Consiglio comunale di Carovigno, Francesco Leoci, è stata respinta. Leoci ha difeso il suo operato, definendo l'istanza una mossa politica priva di fondamento giuridico, prima di lasciare l'aula.
Presidente Leoci respinge le accuse in Consiglio
Una mozione di sfiducia è stata discussa e infine respinta durante l'ultima seduta del Consiglio comunale di Carovigno. L'istanza, presentata dai consiglieri di minoranza, mirava a revocare l'incarico al Presidente del Consiglio, Francesco Leoci. Le motivazioni addotte dai firmatari sono state definite da Leoci stesso come basate su "episodi isolati" e "principi astratti", privi di un concreto riscontro normativo.
Il Presidente Leoci ha sottolineato come l'ordinamento giuridico preveda presupposti rigorosi per la revoca di una funzione istituzionale. Non sarebbero sufficienti generiche criticità, ma occorre dimostrare violazioni gravi e soprattutto reiterate. Tali comportamenti dovrebbero incidere sulla funzionalità e sul prestigio dell'organo consiliare.
Leoci ha evidenziato che la prefettura, esaminando i punti della mozione, non ha riscontrato alcuna violazione. La valutazione della prefettura è stata definita "meramente ipotetica", subordinata a condizioni che, alla luce dei fatti, non sussistono. La richiesta di revoca è stata quindi liquidata come una "costruzione meramente politica".
Il ruolo super partes e la difesa di Leoci
La minoranza aveva contestato a Francesco Leoci il venir meno del suo ruolo super partes. Il Presidente ha replicato ricordando che lo statuto comunale prevede una funzione di garanzia e di equilibrio nella conduzione dei lavori. La normativa, in linea con il decreto legislativo 267/2000, non impone una neutralizzazione del presidente quale soggetto politico.
Leoci ha chiarito che il Presidente del Consiglio "resta a tutti gli effetti un consigliere comunale", mantenendo il diritto di intervento, iniziativa ed espressione politica. L'imparzialità, secondo Leoci, si deve valutare nella conduzione dei lavori consiliari, nel rispetto delle regole e nell'equilibrio degli interventi. Questo principio non può essere esteso impropriamente a comportamenti esterni o a iniziative rientranti nella sfera politica istituzionale del consigliere.
"Essere presenti, disponibili e vicini ai cittadini non è una colpa. È il senso stesso dell'impegno istituzionale", ha affermato Leoci, difendendo il suo modo di interpretare il ruolo. L'imparzialità garantisce a tutti lo stesso rispetto e assicura equilibrio, ma non può essere interpretata come una limitazione della libertà politica del consigliere.
L'intervento di Alessandro Leoci e la chiusura della seduta
Un altro punto sollevato dalla mozione riguardava l'intervento dell'ex consigliere regionale Alessandro Leoci, fratello del Presidente. La minoranza lo aveva definito una presunta violazione del corretto svolgimento dei lavori consiliari. Francesco Leoci ha definito questa ricostruzione "infondata sia sul piano fattuale che su quello giuridico".
Il Presidente ha spiegato che la seduta consiliare era stata formalmente dichiarata chiusa. Successivamente, a Consiglio concluso, l'ex consigliere regionale, presente tra il pubblico, è stato invitato a rivolgere un semplice saluto alla cittadinanza. Leoci ha sottolineato la "totale assenza di contestazione in aula" al momento dell'accaduto.
I consiglieri presenti, se avessero ritenuto sussistente una violazione, avrebbero potuto sollevare eccezioni, richiedere la sospensione o contestare la conduzione della seduta. Tale azione, di fatto, non è avvenuta, confermando la correttezza dell'operato del Presidente.
Nessun abuso di potere, il potere non era in esercizio
L'ultimo punto della mozione riguardava un presunto abuso della posizione istituzionale del Presidente del Consiglio. Secondo la minoranza, Leoci avrebbe abusato dei propri poteri per consentire l'intervento dell'ex consigliere regionale, trasmesso in diretta streaming. Anche questa affermazione è stata contestata da Francesco Leoci.
Il Presidente ha ribadito che l'intervento contestato è avvenuto a seduta formalmente chiusa. "Non può configurarsi alcun abuso della posizione istituzionale, perché al momento dei fatti il potere non era più in esercizio", ha affermato. La domanda retorica posta da Leoci è stata: "Come si può parlare di abuso della posizione in assenza dell'esercizio della funzione?".
Di conseguenza, anche questa contestazione è stata ritenuta priva di fondamento. Leoci ha osservato che la mozione, pur riferendosi al medesimo episodio, tenta di attribuirgli una diversa qualificazione attraverso una frammentazione che altera la reale portata dei fatti. La valutazione giuridica, ha concluso, non cambia.
Leoci lascia l'aula, la mozione viene bocciata
Al termine del suo intervento, il Presidente Francesco Leoci ha abbandonato l'aula, senza concedere diritto di replica. Questo gesto ha suscitato critiche dalla minoranza, con il consigliere Vincenzo Radisi che lo ha definito "un segnale di mancanza di neutralità e imparzialità".
Il sindaco Massimo Lanzilotti è intervenuto in difesa del Presidente assente. Ha sostenuto che la mozione di sfiducia, in assenza dei rigorosi presupposti richiesti, rischierebbe di alterarne la funzione, trasformandosi in uno "strumento di mera contrapposizione politica".
Il sindaco ha concluso esprimendo piena fiducia in Francesco Leoci e nelle sue capacità di continuare nel suo lavoro. La votazione finale ha visto la bocciatura della mozione: 6 voti favorevoli, 7 contrari, 2 assenti (tra cui il Presidente Leoci stesso) e 2 astenuti.
I consiglieri di minoranza che hanno votato a favore sono stati Francesco Lotesoriere, Antonio Barella, Vincenzo Radisi, Cosimo Santacroce, Giovanni Sisto e Mario Semeraro. Si sono opposti il sindaco Massimo Lanzilotti, Annamaria Ignone, Domenico Saponaro, Vittorio Pietro Alberti, Angela Iaia, Nicola Petrosillo e Giuseppe Lotti. Tra gli assenti, oltre al Presidente Leoci, vi era Antonia Colella. Si sono astenuti Antonella La Camera e Giovanni Zizza.