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Memoria storica sull'Eccidio del Grappa

La memoria dell'efferato rastrellamento nazifascista sul massiccio del Grappa, avvenuto tra il 20 e il 29 settembre 1944, riemerge con forza grazie a un nuovo studio. Le commemorazioni, diffuse tra viali, lapidi e monumenti, ricordano le 216 vittime di quei giorni di terrore. Molti storici hanno indagato questi eventi, segnati da repressione, resistenza e inganni.

Il bilancio delle perdite fu tragicamente elevato, con centinaia di prigionieri giustiziati e altri dispersi o deceduti nei campi di prigionia. La ricerca si concentra sulla documentazione ufficiale, testimonianze dirette e carte d'archivio britanniche per ricostruire la verità storica.

Il nuovo libro di Sonia Residori

La studiosa Sonia Residori, già autrice di "Il massacro del Grappa" nel 2007, presenta "Morire sul Grappa. Storie da un massacro, 20-29 settembre 1944". Il volume, edito da Donzelli, analizza le conoscenze attuali basandosi su fonti rigorose e limitando le testimonianze a quelle antecedenti al 1950 per evitare influenze successive.

Un punto cruciale dell'indagine riguarda le valutazioni e le polemiche sulle responsabilità dei fatti del Grappa, spesso legate ai presunti comportamenti dei capi partigiani in attesa di uno sbarco anglo-americano in Alto Adriatico. Il libro sarà presentato ufficialmente a Bassano.

Contesto storico e forze in campo

Nell'estate del 1944, il massiccio del Grappa ospitava circa mille partigiani, spesso giovani e poco equipaggiati, provenienti da diverse formazioni politiche. La loro composizione era eterogenea: renitenti alla leva, soldati sbandati dopo l'armistizio, carabinieri e persino militari del Commonwealth fuggiti dai campi di prigionia.

L'Operazione Piave, pianificata dai comandi tedeschi per "ripulire" le retrovie, coinvolse un vasto schieramento. Vi presero parte reparti della Wehrmacht e delle SS, poliziotti, la legione fascista Tagliamento e le Brigate Nere, oltre alla Guardia Nazionale Repubblicana.

Analisi delle strategie e la "psicosi dello sbarco"

La studiosa Residori smonta le narrazioni che gonfiavano i numeri dei partigiani e dei rastrellatori per giustificare rispettivamente l'importanza della repressione e l'esito tragico. Sottolinea come il tentativo di impegnare in combattimento diretto una forza soverchiante fosse una condotta militare improvvida.

La motivazione di questa scelta strategica, secondo l'autrice, risiede in una diffusa "psicosi dello sbarco" alleato sull'Adriatico. Questa convinzione, alimentata da voci diffuse ad arte dai servizi segreti britannici per ingannare i tedeschi, spinse i partigiani a resistere anziché disperdersi. La tragedia si consumò con promesse di clemenza disattese, portando a esecuzioni e impiccagioni, minuziosamente documentate nel libro.

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