La difesa degli imputati nel processo Pfas sostiene che la Miteni sia stata usata come capro espiatorio. Secondo gli avvocati, le società idriche e gli enti pubblici erano a conoscenza degli scarichi fin dagli anni '80, ma non sono mai intervenuti concretamente.
La difesa contesta il ruolo di Miteni
Gli avvocati di 15 imputati nel processo Pfas hanno avanzato una difesa audace. Essi sostengono che la Miteni sia stata ingiustamente indicata come unica responsabile. La strategia legale punta a dimostrare che la società è diventata un capro espiatorio. Questo per una situazione di allarme pubblico. La difesa afferma che tutti gli enti pubblici erano pienamente consapevoli degli scarichi. Tuttavia, non sono intervenuti perché mancavano evidenze scientifiche sui rischi per la salute. Inoltre, non esistevano limiti normativi specifici per queste sostanze.
I legali sottolineano come la Miteni, dopo un allarme nel 2012, si sia autodenunciata nel 2013. La società ha ammesso l'uso di Pfas e altre sostanze chimiche. L'inchiesta iniziale fu archiviata dalla procura. La ragione fu la mancanza di valori soglia stabiliti per legge. Ora, solo la Miteni affronta il tribunale. Mentre altri soggetti chiedono risarcimenti per i danni subiti.
Le società idriche e le autorizzazioni
La difesa ha presentato una memoria che contesta parte della documentazione. Questa è stata fornita da Viacqua, parte civile nel processo. Viacqua sostiene che la Miteni non abbia mai menzionato i Pfas nei rinnovi delle autorizzazioni. Le richieste di rinnovo erano state presentate nel 2004, 2007 e 2012. I legali degli imputati evidenziano una continuità aziendale tra Miteni (originariamente Rimar) e Viacqua. Quest'ultima è nata da diverse fusioni di enti locali.
Già nel 1988, un modulo prestampato indicava che la Rimar si occupava del «ciclo di produzione perfluorurati» e dei Btf. La documentazione elencava le sostanze utilizzate. L'allaccio alla rete fognaria fu sempre autorizzato sulla base di quell'approvazione iniziale. Questa risaliva a 34 anni prima. In seguito, l'ente gestore impose dei limiti allo scarico. Questo dimostra, secondo la difesa, la consapevolezza di ciò che finiva nelle acque reflue. Tale consapevolezza perdurò fino al 2012.
«Emerge indiscutibilmente», si legge nella memoria difensiva, «che il refluo conferito proveniva dai sistemi di abbattimento dei cicli di produzione. Il refluo non poteva che contenere tali sostanze e il gestore, contrariamente a quanto ora sostiene, ne era consapevole». Le successive diffide non contestavano scarichi all'insaputa del gestore. Esse richiamavano piuttosto i limiti imposti.
La replica delle parti civili
L'avvocato Marco Tonellotto, che assiste Acque del Chiampo, Viacqua, Acque Veronesi e Acquevenete, respinge le argomentazioni difensive. Egli definisce la manovra difensiva «priva di fondamento». Secondo Tonellotto, le autorizzazioni rilasciate alla Miteni specificavano le sostanze ammesse allo scarico. I Pfas non figuravano in tale elenco. Inoltre, la Miteni aveva indicato i criteri tecnici per l'abbattimento di questi composti.
Il principio ambientale vigente vieta ciò che non è espressamente autorizzato. Pertanto, solo i composti previsti in autorizzazione potevano essere scaricati. L'avvocato ricorda inoltre che, anche un anno fa, sono stati rinvenuti GenX nel piazzale della Miteni. Questa sostanza, sottolinea, «resiste anni». La battaglia legale per il caso Pfas è quindi destinata a proseguire.
Il rifiuto della Regione Veneto
A sostegno della tesi difensiva, i legali citano un decreto del tribunale civile di Vicenza. Questo rigettò la richiesta della Regione Veneto. La Regione aveva chiesto di insinuarsi nel passivo della Miteni, reclamando quasi 5 milioni di euro per danni ambientali. Il collegio giudicante, presieduto da Cazzola, motivò il diniego anche sulla base del fatto che non erano mai stati fissati limiti di concentrazione soglia. Né per la contaminazione né per il rischio per le sostanze inquinanti. Inoltre, la Miteni aveva sempre rispettato i limiti imposti nelle autorizzazioni per il conferimento dei rifiuti nella rete fognaria, pur contestandoli.
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