Roberto Rigoli, ex coordinatore microbiologie Veneto, ha testimoniato in tribunale contro Sigfrido Ranucci e la troupe di Report. L'accusa riguarda la diffamazione legata all'acquisto di tamponi rapidi Covid-19. Rigoli si dichiara vittima di accuse infamanti, sostenendo di aver agito in buona fede.
Rigoli respinge le accuse di Report
Roberto Rigoli ha rotto il silenzio in tribunale. Ha deposto nel processo per diffamazione aggravata che lo vede contrapposto a Sigfrido Ranucci, autore del programma «Report» di Rai 3. Anche due colleghi di Ranucci, Danilo Procaccianti e Andrea Tornago, sono imputati. La vicenda ruota attorno a un servizio televisivo del gennaio 2023. Quest'ultimo ipotizzava un ruolo determinante di Rigoli nell'acquisto di milioni di tamponi rapidi Abbott. L'accusa di diffamazione sostiene che tali acquisti sarebbero avvenuti tramite appalti milionari e con certificazioni ritenute false.
Rigoli, parte civile nel processo e assistito dall'avvocato Giuseppe Pavan, ha fermamente negato le affermazioni del programma. Ha dichiarato: «Non è vero, come invece sostenuto nel programma di approfondimento giornalistico, che io non abbia controllato i test cosiddetti rapidi». Ha inoltre specificato che i risultati dei test rapidi sono stati comparati con quelli dei tamponi molecolari. La sovrapponibilità dei risultati, ha sottolineato, dimostra la validità dei test.
L'impatto emotivo delle accuse
L'ex coordinatore delle microbiologie venete ha espresso il profondo dolore causato dalle insinuazioni del programma. «Quello che mi ha più ferito di tutta questa storia», ha affermato Rigoli, «è il fatto che sia stato detto e fatto credere ai veneti e al pubblico il dubbio terribile che, con l'avallo dei test rapidi, io avrei potuto essere responsabile della morte di centinaia di persone». Queste parole evidenziano il peso emotivo delle accuse ricevute.
Rigoli ha descritto la sua situazione come quella di «Davide chiamato a combattere Golia». Si è definito un semplice cittadino travolto da una vicenda di vasta portata. Ha ribadito con forza la sua totale buona fede in tutta la gestione della questione. Ha citato anche l'assoluzione precedente per il caso dei tamponi rapidi, avvenuta con la formula «perché il fatto non sussiste». Questo precedente, a suo dire, conferma l'assurdità dell'attuale campagna mediatica.
Il contesto del processo
Inizialmente, Roberto Rigoli era finito sotto processo anche con l'allora direttrice di Azienda Zero, Patrizia Simionato. Le accuse includevano concorso in falso ideologico e turbativa d’asta. Per Rigoli, si aggiungeva anche l'accusa di frode processuale. Il giudice Laura Chillemi aveva già pronunciato una sentenza di assoluzione immediata ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale. Tale articolo prevede l'assoluzione quando l'innocenza dell'imputato risulta evidente anche prima della conclusione del processo.
La deposizione di Rigoli rappresenta un momento cruciale nel procedimento legale. Le sue dichiarazioni mirano a smontare le tesi sostenute dal programma «Report». La corte dovrà valutare le prove e le testimonianze per emettere una decisione. La prossima udienza è fissata per l'8 maggio. La vicenda continua a suscitare interesse, data la rilevanza mediatica del programma e delle figure coinvolte.