Condividi
AD: article-top (horizontal)

Durante lavori di ristrutturazione a Milano, è riemerso materiale delle Brigate Rosse risalente al 1975. Tra i documenti, è emerso il nome di una donna veronese, legata a fatti di cronaca di quarant'anni fa.

Ritrovamento inaspettato durante lavori edili

Operai impegnati in lavori di ristrutturazione hanno fatto una scoperta sorprendente. Hanno abbattuto un'intercapedine all'interno del Policlinico di Milano. Al suo interno, hanno trovato un fascicolo impolverato.

La copertina del fascicolo presentava una stella a cinque punte. Il contenuto includeva volantini e altri documenti. Tutto il materiale era riconducibile a una cellula delle Brigate Rosse. L'operatività della cellula risaliva al 1975.

Questo ritrovamento riporta l'attenzione sui terroristi rossi. Riporta alla memoria anche una donna originaria di Verona. La donna ha scontato la sua pena. Oggi potrebbe invocare il diritto all'oblio.

Paola Besuschio e il suo legame con le Brigate Rosse

La persona in questione è Paola Besuschio. Era figlia di Ugo, proprietario del bar Europa in piazza Bra negli anni Settanta. Possedeva una laurea in Sociologia. L'ha conseguita a Trento.

Proprio a Trento, ha incontrato Renato Curcio e Mara Cagol. Questi incontri l'hanno avvicinata alle Brigate Rosse. La sua figura riemerge grazie a un tesserino trovato nel materiale.

Il tesserino apparteneva a Massimo De Carolis. Era un avvocato democristiano. Fondò la cosiddetta “maggioranza silenziosa”.

L'aggressione a Massimo De Carolis

Nella primavera del 1975, lo studio di De Carolis a Milano fu visitato da un commando brigatista. Lo interrogarono e lo gambizzarono. L'arma utilizzata fu una pistola calibro 7.65.

Questa pistola era stata impiegata anche a Padova nel giugno 1974. De Carolis ricordò la presenza di quattro persone. Tra loro c'era una donna. Il pm Alessandrini, che seguì l'inchiesta, identificò la donna in Paola Besuschio.

La Besuschio fu arrestata il 30 settembre. L'arresto avvenne ad Altopascio, in provincia di Lucca. Si apprestava a rapinare una banca con altri terroristi.

Avevano raggiunto la Toscana con un'auto targata Verona. Il quotidiano L'Arena titolò: «Paola Besuschio è la guerrigliera ferita e catturata vicino a Lucca». Lo scrisse su sei colonne il 2 ottobre.

Arresto e condanna

La Besuschio fu colpita a una gamba. Al momento dell'arresto indossava una parrucca bionda. Si definì «militante delle Brigate Rosse». Si considerava una prigioniera politica.

Non fornì le sue generalità. Gli inquirenti toscani chiesero al padre di effettuare il riconoscimento ufficiale. Fu processata e condannata a 15 anni.

La pena era per la partecipazione a rapine e l'affitto di covi per i brigatisti. La veronese era detenuta a Messina. Le sue condizioni di salute erano precarie.

Il caso Aldo Moro e la grazia mancata

Il Paese era scosso dal rapimento di Aldo Moro. L'allora capo dello Stato, Giovanni Leone, considerò la grazia per la Besuschio. L'obiettivo era spaccare le Brigate Rosse.

I terroristi chiedevano la scarcerazione di dieci detenuti politici. Tra questi c'era anche la Besuschio. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Leone decise di firmare il provvedimento. La firma era prevista per la mattina del 9 maggio 1978.

Non firmò perché ricevette una telefonata. La chiamata avvisò del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Il corpo era nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma.

AD: article-bottom (horizontal)

Questa notizia riguarda anche: