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Il Consiglio di disciplina dei giornalisti piemontesi ha deciso di non indagare su presunte fake news riguardanti i conflitti in Ucraina e Gaza. L'organo ribadisce di non voler diventare un "tribunale dell'inquisizione", sottolineando i limiti del proprio mandato e l'importanza della libertà di espressione.

Nessuna indagine su presunte fake news

Il Consiglio di disciplina dei giornalisti del Piemonte ha comunicato la sua decisione di non procedere con indagini su segnalazioni riguardanti la diffusione di presunte notizie false. Queste segnalazioni si riferivano in particolare ai conflitti in Gaza e in Ucraina. I consiglieri hanno affermato con chiarezza: "Non ci trasformeremo in un tribunale dell'inquisizione".

Questa presa di posizione è emersa in seguito a numerose sollecitazioni ricevute dall'Ordine dei giornalisti piemontese. Molteplici richieste miravano a ottenere provvedimenti nei confronti di Marco Travaglio. L'accusa mossa era quella di aver diffuso informazioni non veritiere sulla guerra in Ucraina. Anche altre testate giornalistiche sono state oggetto di segnalazioni simili, sebbene in numero minore, per quanto concerne il conflitto israelo-palestinese.

Limiti d'azione e libertà di pensiero

Il Consiglio ha innanzitutto ricordato i propri limiti operativi. Il perimetro d'azione, seppur ampio, non è illimitato. All'interno di questo spazio, sono definite le regole di condotta per i giornalisti. Queste norme servono a garantire l'attendibilità e l'autorevolezza della professione. L'elemento fondamentale che sostiene l'intera struttura normativa è la libertà di critica e la libertà di pensiero.

Viene sottolineato come il diritto di cronaca sia strettamente connesso al diritto dei cittadini di essere informati correttamente. L'obiettivo è evitare la disinformazione. L'unico modo per raggiungere questo scopo è garantire il pluralismo delle fonti e delle opinioni. La diversità di vedute è considerata essenziale per un'informazione completa.

Pluralismo contro pensiero unico

È altamente probabile che qualcuno menta o presenti una versione parziale dei fatti. Questo accade quotidianamente, specialmente nei programmi televisivi. Anche siti web e social media, pur non avendo nulla di giornalistico, esercitano una notevole influenza sull'opinione pubblica. La domanda che sorge spontanea è se sia opportuno oscurare tali piattaforme per evitare confusione.

Il Consiglio di disciplina respinge fermamente l'idea di imporre un pensiero unico, una presunta verità assoluta. Non ritiene che questa sia la strada giusta da percorrere. Pertanto, l'organo non intende trasformarsi in un tribunale inquisitorio. Non rientra nei suoi compiti verificare se un collega, come Marco Travaglio, affermi o meno la "verità assoluta" nei suoi scritti. L'approccio del Consiglio è che la verità sia una ricerca continua, non un possesso statico.

Si ritiene che la verità si costruisca attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e la capacità di riconsiderare le proprie posizioni. Queste qualità sembrano scarseggiare nell'attuale dibattito pubblico. Il Consiglio considera miope concentrarsi solo su come "zittire" un singolo professionista. È più importante affrontare la sofferenza del settore giornalistico.

Priorità alle problematiche del settore

Si evidenzia inoltre il pericolo concreto di concentrazione o delocalizzazione delle proprietà editoriali. Queste dinamiche possono avere un impatto significativo sulla libertà di stampa. Il documento che espone questa posizione è stato condiviso sui social media da chi aveva presentato un esposto sul lavoro di Travaglio riguardo all'Ucraina. Il post ha generato un ampio dibattito, raccogliendo numerosi commenti e condivisioni.

La decisione del Consiglio di disciplina del Piemonte mira a preservare la libertà di espressione e a concentrare gli sforzi sulle sfide strutturali che affliggono il giornalismo. La tutela del pluralismo informativo è vista come prioritaria rispetto alla censura o alla repressione di singole opinioni, anche se potenzialmente controverse.

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