Condividi
AD: article-top (horizontal)

La Corte di Cassazione ha confermato una confisca di beni per un valore di circa 5 milioni di euro. Il provvedimento riguarda Nicola Negro, identificato come un presunto prestanome del clan camorristico Belforte. La decisione finale arriva dopo anni di procedimenti giudiziari.

La Cassazione sigilla il patrimonio di Nicola Negro

La Corte di Cassazione ha emesso una decisione definitiva riguardo a un ingente patrimonio. Si tratta di beni per un valore stimato intorno ai 5 milioni di euro. Questi beni erano stati precedentemente confiscati a Nicola Negro. La sua figura è stata associata al clan camorristico Belforte.

La sentenza della Suprema Corte ha respinto i ricorsi presentati da Negro e dai suoi familiari. Tra questi figurano Anna Ferraro, Pasqualina e Salvatore Negro. Essi si opponevano al decreto di confisca emesso dalla Corte di Appello di Napoli. La presidenza del collegio giudicante era affidata a Luigi Agostinacchio.

Questa decisione pone fine a un lungo iter giudiziario. La confisca originaria risale al giugno 2010. Allora, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sezione Misure di Prevenzione, aveva disposto il sequestro dei beni. Tali beni erano ritenuti nella disponibilità di Negro.

I beni confiscati e le accuse di riciclaggio

Il patrimonio confiscato include una vasta gamma di beni. Si tratta sia di beni mobili che immobili. Il valore complessivo si aggira sui cinque milioni di euro. Tra i beni figurano intere quote capitali di società. Queste sono la ditta Nicola Negro costruzioni e la Anna Ferraro. Sono stati sequestrati anche locali commerciali e depositi situati a Portico di Caserta.

L'elenco prosegue con una lussuosa villa a Capodrise. Un altro immobile si trova a Sessa Aurunca. Non mancano veicoli di grossa cilindrata, nello specifico un'Audi e una Mercedes. Infine, sono state confiscate polizze assicurative e conti correnti bancari.

Il provvedimento è stato adottato sulla base di presunzioni investigative. La Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli ha ritenuto Negro un presunto prestanome. La sua funzione sarebbe stata quella di riciclare denaro. Questo denaro proverrebbe da attività illecite del clan Belforte. L'imprenditore avrebbe utilizzato i suoi esercizi commerciali, specializzati in pellame e calzature, per queste operazioni.

Le indagini hanno anche evidenziato legami diretti. Negro sarebbe stato collegato ai fratelli Salvatore e Domenico Belforte. Entrambi sono considerati capi dell'omonima consorteria criminale. Inoltre, Negro è accusato di aver favorito la latitanza di Gaetano Piccolo.

Un iter giudiziario complesso e pluriennale

La vicenda giudiziaria di Nicola Negro è stata caratterizzata da numerosi passaggi. Dopo la confisca iniziale del 2010, nel novembre 2016 il Tribunale di Napoli rigettò una prima istanza di revoca. Questa richiesta si basava su una consulenza tecnica differente da quella presentata nel giudizio di prevenzione.

La decisione di rigetto fu confermata dalla Corte di Appello di Napoli nell'ottobre 2017. La Corte sottolineò la mancanza di prove nuove. Tali prove avrebbero dovuto essere idonee a modificare il giudicato esistente. La sentenza evidenziò l'insussistenza di elementi capaci di intaccare la decisione precedente.

Successivamente, nell'aprile 2021, il Tribunale di Napoli respinse una seconda istanza di revoca della confisca. Anche questa decisione trovò conferma. Nel gennaio 2023, la Corte di Appello di Napoli ribadì il concetto. Precisò che una semplice rilettura tecnica di fatti già esaminati non costituisce prova nuova.

La giurisprudenza di legittimità, infatti, richiede elementi concreti e inediti per giustificare una revoca. La mera analisi di elementi già noti, anche se da una prospettiva diversa, non è sufficiente. Questa interpretazione è stata fondamentale per confermare la confisca.

L'ultimo ricorso e la decisione finale della Cassazione

Nel febbraio 2024, Nicola Negro, definito il 're del pellame e delle calzature', e i suoi familiari presentarono un'ulteriore istanza di revocazione della confisca. Questa volta, la richiesta fu dichiarata inammissibile dal Tribunale di Napoli. L'ordinanza di inammissibilità risale all'ottobre 2024.

Contro questa dichiarazione di inammissibilità, i congiunti di Negro proposero appello. Nel settembre 2025, la Corte di Appello di Napoli rigettò tale appello. La decisione confermò l'inammissibilità della richiesta di revocazione.

A questo punto, Negro e i suoi familiari hanno deciso di ricorrere alla Corte di Cassazione. Il ricorso, presentato tramite il loro difensore, sollevava eccezioni relative a vizi di legge e di motivazione. La difesa sosteneva che la Corte territoriale avesse respinto l'appello basandosi su un presupposto errato. Secondo la difesa, la richiesta di revoca non sarebbe stata supportata da elementi probatori sopravvenuti.

Inoltre, il legale di Negro ha evidenziato una presunta mancanza di indagini approfondite. Queste indagini avrebbero dovuto riguardare la reale capacità patrimoniale dei familiari di Nicola Negro. Si contestava anche la gestione di redditi non dichiarati al fisco e successivamente oggetto di condono.

Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile. La motivazione della Cassazione è chiara. Le circostanze addotte a sostegno della richiesta di revoca erano già state esaminate. Esse facevano parte del procedimento di prevenzione che si era concluso con il decreto di confisca definitivo. Pertanto, la loro riproposizione costituiva una mera sollecitazione a una rivalutazione nel merito. Tale rivalutazione non è consentita in sede di revoca.

La decisione della Cassazione conferma quindi la confisca dei beni per 5 milioni di euro. Il patrimonio rimane sotto chiave, segnando un punto fermo nelle vicende giudiziarie legate al presunto prestanome del clan Belforte. L'operazione si inserisce nel più ampio contesto delle attività di contrasto alla criminalità organizzata e al riciclaggio di denaro nel territorio campano.

AD: article-bottom (horizontal)