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Ferdinando Scianna, pioniere della fotografia italiana, apre a Pavia "La Forma del Ritratto". L'artista, membro della Magnum, esprime un giudizio severo sul ruolo attuale della fotografia, definendola "morta nel suo trionfo". L'evento esplora il tema del reportage.

Ferdinando Scianna inaugura "La Forma del Ritratto"

La seconda edizione dell'evento "La Forma del Ritratto" prende il via con un ospite d'eccezione. Sarà Ferdinando Scianna, il primo fotografo italiano ad entrare nella prestigiosa agenzia Magnum Photos. L'appuntamento è fissato per le 17:00 presso i Musei Civici del Castello Visconteo.

L'artista, che ha 82 anni, dialogherà con Denis Curti. Curti è il fondatore di Still Fotografia, galleria che ha curato l'iniziativa. L'evento è realizzato in collaborazione con l'assessorato alle Politiche culturali del Comune di Pavia. Il tema centrale di quest'anno è il reportage.

La fotografia ha perso il suo potere narrativo?

Scianna esprime un parere critico sul ruolo odierno della fotografia. «Penso di no», afferma, riferendosi alla sua capacità di raccontare la realtà. «Negli ultimi anni la fotografia è cambiata, come è cambiato il mondo», osserva.

La sua opinione è che le ragioni storiche e culturali che hanno dato origine alla fotografia siano venute meno. «Oggi non ci sono più le ragioni e la natura di carattere storico e culturale che l’hanno fatta nascere e trionfare», dichiara.

«La fotografia non è mai stata così diffusa come ora, ma è morta nel suo trionfo», sentenzia Scianna. La sua funzione originale di prelevare immagini dalla realtà per creare un racconto sembra essersi esaurita.

Il "lampo" della fotografia nell'era digitale

Scianna paragona la fotografia a un «lampo nella vicenda culturale dell’umanità». Oggi, la sua pervasività ne ha diminuito l'impatto. «Oggi ce n’è molta di più rispetto a prima e non serve quasi più a niente rispetto alla sua funzione originale», spiega.

Il rapporto tra fotografia e realtà si è indebolito. «La realtà ha perso carisma, in fondo non ci interessa», ammette Scianna. La sua stessa esistenza come fonte attendibile è messa in discussione.

«Buona parte delle immagini del conflitto in corso in Medio Oriente sono state fatte con l’intelligenza artificiale», rivela, citando il New York Times. Questo fatto non desta più scandalo.

Fotografia come illustrazione di sogni e desideri

Le fotografie oggi sono diventate «illustrazioni dei nostri sogni, non informano», secondo Scianna. Il selfie ne è un esempio lampante. «Sono il ritratto non di ciò che siamo ma di ciò che desideriamo essere», afferma.

Il futuro del racconto visivo della realtà richiederà nuovi linguaggi. «Si inventeranno altri linguaggi, gli uomini non smetteranno di avere l’esigenza di raccontare il mondo», prevede l'artista.

Tuttavia, i fotografi attuali sembrano più concentrati sull'espressione personale. «Almeno in questa fase, si occupano di esprimere i propri sentimenti e le proprie gioie», nota Scianna. «Tutto è diventato pubblicità di se stessi».

La memoria nell'era digitale e i consigli ai giovani

Il ruolo della fotografia nel preservare la memoria è messo in dubbio. «Nessuno fa più gli album di famiglia e questo è un sintomo importante», sottolinea Scianna.

La memoria, però, non scompare. «La memoria non è eliminabile, almeno sul piano esistenziale», dice. Il modo in cui verrà conservata in futuro è incerto.

«Un tempo un uomo di straordinaria memoria era qualcuno che aveva fatto esperienze nella propria vita», ricorda. «Ora forse è colui che sa fare meglio ricerche su Internet».

Ai giovani fotografi, Scianna offre un messaggio di speranza. «Il mio non vuol essere un discorso pessimistico», chiarisce. «Il mondo è sempre cambiato».

«C’è sempre un sentimento di perdita, ma gli uomini non smettono di essere uomini», conclude. Troveranno sempre gli strumenti per esprimere i loro sentimenti.

Le origini della fotografia di Scianna

Ferdinando Scianna riflette sulle motivazioni che lo hanno spinto alla fotografia. «Uno si dà ragioni ma non è che si è sempre lucidi per capire davvero il senso della vita», ammette.

Ha iniziato negli anni Sessanta, in un periodo di profondo cambiamento culturale. «Avevamo l’intuizione – ma non potevamo capirlo per ignoranza e impossibilità – che il mondo in cui eravamo cresciuti stesse per scomparire», racconta.

Descrive una sensazione di «profumo di morte» e la percezione che la realtà stesse mutando. «Come il fumo in una giornata di vento», evoca.

Maestri e ricordi pavesi

Scianna si definisce un «allievo di professione». Tra i suoi maestri cita Leonardo Sciascia e Henri Cartier-Bresson, con cui ha avuto anche un rapporto di amicizia.

Non dimentica figure meno note, come il portinaio del suo studio, definito un «maestro di vita». La sua presenza a Pavia è un ritorno gradito.

«Ho piacere a tornare, Pavia è un bel posto», dichiara. Ricorda visite giovanili legate all'amore e successive con amici e colleghi.

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