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Centinaia di persone a Macerata si sono riunite per chiedere la riapertura del Santuario di Santa Maria delle Vergini, inagibile da dieci anni a causa del sisma. L'evento ha visto la partecipazione di autorità e fedeli, uniti nella speranza di un restauro imminente.

Santuario chiuso da dieci anni

Un gesto corale e silenzioso ha circondato il Santuario di Santa Maria delle Vergini. L'edificio sacro è inaccessibile dal terremoto del 2016. I cittadini di Macerata si sono stretti attorno alla chiesa. L'obiettivo era sollecitare un intervento concreto per la sua riapertura. L'iniziativa si è svolta durante i festeggiamenti dedicati alla Santa.

La comunità locale ha partecipato attivamente. Erano presenti anche rappresentanti della Soprintendenza, sia locale che nazionale. Hanno partecipato autorità civili e militari. Presenti anche il parroco don Pietro Micheletti e il vescovo Nazzareno Marconi. Hanno preso parte all'evento dopo la messa e la processione.

La fede come speranza e cultura

Il vescovo Nazzareno Marconi ha sottolineato l'impegno della Diocesi. Ha dichiarato la disponibilità a collaborare per accelerare i restauri. «Per quanto sia complesso cercare di fare qualcosa per facilitare ed accelerare il restauro della nostra chiesa, io sono qui con tutta la nostra Diocesi disponibili a collaborare, e non solo da oggi», ha affermato durante l'omelia.

Ha ricordato come alcuni, subito dopo il sisma, avessero considerato le chiese non urgenti. Si privilegiavano case, fabbriche, scuole e ospedali. Il vescovo non contesta questa priorità. Tuttavia, ha evidenziato il ruolo della chiesa. È una scuola di cultura, arte e armonia. Funziona come un ospedale che cura divisioni e odi. Annuncia fraternità e pace. Per questi motivi, la chiesa è una fabbrica di speranza.

Memoria viva e attesa

Anche il parroco don Pietro Micheletti ha condiviso queste riflessioni. Ha ricordato un evento del 1548. Il martedì di Pasqua, la Beata Vergine Maria apparve a Bernardina Di Bonino. Questo accadde in quel luogo, accendendo una luce per la città. «Dieci anni fa la terra ha tremato», ha aggiunto. Le scosse hanno ferito le pietre, ma non la fede. Da allora, le celebrazioni avvengono sotto un tendone. Si fa con dignità e pazienza. Ma un popolo senza casa non può restare provvisorio per sempre. Questo Santuario è memoria viva.

L'iniziativa non mirava a creare clamore. L'intento era ottenere una risposta dalle autorità competenti. «Una chiesa chiusa è un dolore silenzioso», ha sottolineato il parroco. Restaurare significa restituire alla comunità un luogo dignitoso per pregare. Significa restituire alla città un patrimonio storico e artistico di grande valore.

Gesti simbolici per un futuro

Durante la serata, i parrocchiani hanno messo in scena diversi momenti simbolici. Hanno formato un grande numero 10. Questo rappresentava gli anni di attesa. Hanno deposto dieci mattoni. Questo è stato un auspicio per una ricostruzione imminente. È stato letto un testo collettivo. Si è svolta una preghiera condivisa.

Particolarmente significative sono state le «cornici vuote». Queste ricordavano le opere d'arte custodite nel Santuario. Oggi non sono visibili. È stata esposta anche l'immagine del coccodrillo. Questo animale impagliato è un simbolo del desiderio di ritorno.

«Quello di oggi non è stato un semplice evento, ma un gesto di comunità, semplice e pacifico, impossibile da ignorare», hanno affermato gli organizzatori. «Dopo dieci anni abbiamo voluto dire che siamo ancora qui». I parrocchiani chiedono un passo concreto verso il futuro. Vogliono evitar polemiche. «Restaurare questo luogo significa restituire uno spazio di fede e un patrimonio che appartiene a tutti», hanno concluso. Continueranno a lavorare con le istituzioni per riaprire finalmente questo luogo.

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