Cimiteri come scrigni di memorie collettive
Un recente libro di Claudio Visentin, «Passeggiate nei piccoli cimiteri», edito da Ediciclo, invita a riflettere sul significato profondo dei luoghi di sepoltura meno noti. Lungi dall'essere semplici spazi di transito, questi cimiteri si rivelano custodi di storie collettive, legami affettivi e testimonianze di vite ordinarie che rischiano altrimenti di cadere nell'oblio.
L'autore, professore di Storia del turismo, adotta un approccio quasi antropologico, esplorando lapidi e monumenti per recuperare le narrazioni umane che vi sono racchiuse. L'idea di fondo è che, al di là delle differenze sociali, la morte appiana le distinzioni, come suggerito dalla celebre poesia di Totò, «'A livella».
Geografie dimenticate e storie di comunità
Il viaggio di Visentin si concentra su cimiteri spesso lontani dai circuiti turistici tradizionali. Vengono esplorati luoghi come i cimiteri degli stranieri, esempio ne sono quelli inglesi concepiti come giardini, o quelli protestanti, ebrei e ortodossi a Roma, che trovarono spazio nel Cimitero del Testaccio dopo essere stati inizialmente relegati in aree marginali come il Muro Torto.
Particolare attenzione è dedicata ai cimiteri di guerra britannici, dove la terra è donata alla Gran Bretagna per sempre, richiamando il concetto espresso dal poeta Rupert Brooke: «C’è un angolo di terra straniera che sarà per sempre Inghilterra». Qui, la frase biblica «Il loro nome vive in eterno» e la dicitura «Dio lo conosce» per le tombe anonime, scelta da Rudyard Kipling, sottolineano il valore della memoria.
Le Quattro Province: vite umili e mestieri antichi
Visentin predilige i piccoli cimiteri dell'Appennino, in particolare quelli delle Quattro Province (Pavia, Piacenza, Alessandria, Genova). In queste aree, la scarsità di popolazione implicava l'assenza di becchini professionisti; la bara era costruita da un falegname, la croce da un carpentiere e la lapide incisa da un marmista.
Nel cimitero di Belnome, emergono storie toccanti come quella della piccola Adriana, morta in tenera età, e della seconda figlia che portò lo stesso nome, anch'essa scomparsa prematuramente. Si ricordano anche i fratelli Rebollini, postini che affrontavano sentieri impervi per recapitare la corrispondenza, e le lapidi con fotografie di giovani in divisa militare, talvolta l'unica immagine della loro esistenza.
Storie di fede, migrazione e resilienza
Il libro narra anche la storia della famiglia Cereghino, contadini e cantastorie noti come gli «Scialìn», che diffusero la fede valdese nella zona di Santa Margherita Ligure. La loro scelta religiosa portò a persecuzioni e separazioni, con parte della famiglia che emigrò in America, ma le loro lapidi affacciate sul mare testimoniano la dignità di vite umili.
Vengono inoltre presentati cimiteri specifici come quello della Gamba a Romano di Lombardia, un antico camposanto con una storia legata a tradizioni popolari, e il cimitero di Caravaggio, che custodisce la tomba di Ugo Banfi, maître del «Titanic», e un memoriale per le vittime di un'esplosione.
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