Un'operazione della Guardia di Finanza ha svelato un imponente arsenale di armi da guerra e storiche nella Piana di Gioia Tauro. L'arsenale, nascosto in fusti interrati e capannoni, era destinato a rafforzare la cosca Molè. Tre persone sono state arrestate con l'accusa di detenzione e vendita illegale di armi.
Scoperto arsenale bellico nella Piana di Gioia Tauro
Un vasto deposito di armi è stato scoperto nella Piana di Gioia Tauro. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale. Questo nascondiglio era celato tra aree agricole e strutture industriali isolate. L'operazione è stata condotta dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria. Hanno ricevuto supporto dallo Scico e dalla componente aerea. L'indagine ha portato all'arresto di tre individui. Si tratta di Salvatore Infantino, noto come “Testazza”, Vincenzo Condello e Vincenzo Severino. Sono accusati di detenzione e vendita illegale di armi. Le accuse includono armi da guerra, comuni, clandestine e ricettazione.
Le indagini sono partite dall'analisi di comunicazioni cifrate. Queste comunicazioni avvenivano tra gli indagati. I risultati sono stati confermati dal confronto con l'arsenale sequestrato. Il sequestro era avvenuto a Gioia Tauro nel gennaio 2025. I Carabinieri avevano effettuato quel primo ritrovamento. Gli accertamenti tecnici sono stati fondamentali. Il Ris di Messina ha attribuito impronte digitali agli arrestati. Questo ha rafforzato le accuse. Le carte dell'inchiesta rivelano la destinazione dell'arsenale. Era finalizzato a rafforzare militarmente la cosca Molè. Questo clan opera nel mandamento tirrenico. L'obiettivo era aumentare la forza intimidatoria. Si mirava anche a un maggiore controllo del territorio. Tuttavia, non sono emersi elementi chiari. Questi elementi avrebbero suggerito un uso per guerre di 'ndrangheta.
Armi nascoste tra fusti e capannoni industriali
Le armi erano occultate in zone rurali della Piana di Gioia Tauro. Spesso venivano nascoste in fusti interrati. Altre volte erano celate in contenitori sotterranei. In un primo sequestro, i finanzieri hanno trovato numerose armi. Erano presenti 9 pistole semiautomatiche. C'erano anche 4 revolver e 3 mitragliatrici. Tra queste ultime figuravano modelli Uzi e Skorpion. Alcune armi presentavano la matricola abrasa. Erano presenti anche silenziatori. Poco distante, un capannone industriale era stato trasformato in un deposito clandestino. Questo luogo conteneva 5.000 proiettili. C'era un fucile mitragliatore. Inoltre, due pistole, una bomba a mano e materiale esplosivo. Era presente anche esplosivo plastico. Un sistema di detonazione a distanza completava il ritrovamento.
Le chat criptate degli indagati hanno confermato la corrispondenza delle armi. Queste corrispondevano a quelle sequestrate. Il Ris di Messina ha rilevato impronte digitali sugli oggetti. Questo ha confermato il coinvolgimento degli arrestati. Parte delle armi potrebbe provenire da traffici internazionali. Si ipotizzano provenienze dai Balcani e dall'Europa orientale. È stato trovato anche tritolo. Questo materiale sembra provenire dall'ex Jugoslavia. La presenza di tali armi sottolinea la pericolosità del gruppo. La capacità di approvvigionamento è notevole. Questo evidenzia i collegamenti con reti criminali transnazionali. La Piana di Gioia Tauro si conferma teatro di attività illecite di alto profilo.
Salvatore Infantino e i legami con la cosca Molè
Al centro dell'indagine emerge la figura di Salvatore Infantino, detto “Testazza”. Viene indicato nelle carte come la figura centrale. Era responsabile della gestione e del controllo dell'arsenale sequestrato. Dagli atti emerge che Infantino non era formalmente affiliato alla cosca Molè. Tuttavia, intratteneva relazioni concrete e stabili con esponenti del clan. La disponibilità delle armi contestate sarebbe stata funzionalizzata. Lo scopo era agevolare la consorteria mafiosa. Per il giudice, questa finalità distingue la sua posizione. La distingue da quella degli altri due indagati. La vicinanza di Infantino agli ambienti della cosca Molè emerge anche in intercettazioni. Queste intercettazioni sono state acquisite in un diverso procedimento. Gli inquirenti evidenziano che non vi sono dati effettivi di una sua affiliazione alla 'ndrina. Il riferimento compare negli atti dell'operazione “Hybris”.
In quell'operazione, Aurelio Messineo, indicato come esponente vicino al clan Piromalli, parlava con Rocco Delfino. Descrivevano la capacità del giovane Molè di contare su uomini pronti ad agire. Messineo menzionava il figlio di Rocco Musumeci e il figlio di Infantino. Diceva che questi avevano due persone che andavano dove venivano mandati. Secondo gli atti investigativi, questi due soggetti sarebbero entrati a far parte del gruppo mafioso Molè. Erano nella piena e incondizionata disponibilità del reggente della consorteria, Antonio Molè detto ‘u jancu’. La polizia giudiziaria, in una successiva informativa, specifica che i due ragazzi indicati nell’intercettazione si ritiene possano identificarsi in Carmine Musumeci e Salvatore Infantino. Quest'ultimo risulta essere figlio di Domenico Infantino. È anche primo cugino di Carmine Musumeci. Il riferimento ai Molè, secondo gli investigatori, consentiva ai due interlocutori di elaborare valutazioni sui futuri rapporti tra le cosche della Piana. Questo avveniva in una fase in cui si riteneva opportuno procrastinare un qualsiasi scontro diretto tra le due famiglie. Si attendeva la piena riorganizzazione del clan rivale.
Un arsenale misto: armi moderne e pezzi storici
L'arsenale comprendeva un mix di armi moderne, tattiche e pezzi storici. Tra le pistole spiccavano modelli Glock, Beretta e SIG Sauer. Tra i fucili d'assalto figuravano AK-47, FN FAL e Heckler & Koch G3. Alcune armi presentavano matricola abrasa e silenziatori. I shotgun tattici includevano modelli Benelli M4 e USAS-12. A completare il quadro, quasi 600 grammi di tritolo. Questo materiale era pronto all'uso. Non mancavano pezzi da collezione della Seconda guerra mondiale. Tra questi un MP40 e una Beretta MAB 38. Queste sono autentiche reliquie storiche. Le carte evidenziano che le armi venivano scambiate tramite piattaforme criptate. Potevano provenire da traffici internazionali. Si ipotizzano circuiti collegati all'Europa orientale e ai Balcani. La presenza di armi storiche potrebbe avere un valore simbolico o collezionistico, oltre che operativo.
Nei confronti di Vincenzo Condello e Vincenzo Severino, l'aggravante mafiosa è stata esclusa. Questo perché non è emerso alcun collegamento, neanche indiretto, con cosche 'ndranghetiste. Non è emersa neanche la consapevolezza della volontà di Infantino di voler agevolare la consorteria mafiosa. L'ordinanza sottolinea che non vi sono elementi concreti per ritenere che i due coindagati avessero maturato un'effettiva consapevolezza. Non si ritiene che la detenzione delle armi potesse rappresentare un ausilio al clan Molè. Anche dalle chat criptate non emergono riferimenti diretti a finalità mafiose. Nel caso di Condello compare anzi il messaggio “sabato a caccia”. Questo è stato interpretato come espressione riconducibile a un interesse personale di tipo ludico o venatorio. Non a progetti criminali. Pur trattandosi di un arsenale potenzialmente letale, le carte precisano che non emergono elementi chiari che ne colleghino l'uso a guerre di 'ndrangheta. Resta però centrale, secondo gli investigatori, il ruolo attribuito a Infantino. La detenzione dell'arsenale viene letta come possibile strumento di rafforzamento operativo della cosca. Questo avviene in un quadro investigativo che collega il riarmo anche alla necessità di consolidare la capacità militare del gruppo sul territorio.
Strategie criminali e tensioni territoriali
Secondo la procura, l'arsenale non rappresentava una semplice detenzione. Era funzionale a rafforzare la presenza e la capacità intimidatoria del gruppo criminale nella Piana di Gioia Tauro. Gli investigatori collegano il sequestro dell'arsenale anche al clima di tensione. Questo clima da anni attraversa la Piana tra i gruppi criminali contrapposti. Secondo quanto emerge dagli atti, le armi sarebbero state funzionali a una riorganizzazione militare. Questa era destinata a garantire capacità di difesa e reazione. Ciò in caso di nuove contrapposizioni con il fronte rivale dei Piromalli. La procura richiama in particolare la lunga scia di contrasti. Questi contrasti si sono aperti dopo l'uccisione del boss Rocco Molè nel 2008. Questo episodio segnò una fase di forte instabilità nei rapporti interni agli equilibri criminali della Piana. Da qui la lettura investigativa secondo cui le armi sequestrate rappresentavano uno strumento di rafforzamento strategico. Questo in un territorio dove il rischio di nuove frizioni resta elevato.
In alcune annotazioni degli atti si evidenzia che kalashnikov, tritolo e armi provenienti dai Balcani sarebbero stati custoditi proprio per garantire una risposta armata. Questo in caso di escalation tra i clan. Le indagini, che tengono conto delle tensioni esistenti tra i clan egemoni della zona (Piromalli e Molè), evidenziano come non ci siano chiari elementi che suggeriscano un utilizzo delle armi per guerre tra cosche. Il quadro investigativo si basa sull'incrocio di prove diverse. Si tratta di comunicazioni criptate, fotografie delle armi, impronte digitali attribuite agli arrestati e riscontri con sequestri precedenti. Tutto ciò ha consentito di ricostruire un percorso di detenzione e movimentazione delle armi. Questo conferma che parte dell'ingente quantitativo di armi e munizioni era destinata a rafforzare militarmente la cosca Molè. La presenza di un arsenale così fornito indica la volontà di mantenere un elevato livello di operatività e deterrenza.