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I genitori di Alessandro D'Andrea, 37enne di Gessate, esprimono profondo dolore e frustrazione per la lentezza delle indagini sulla morte del figlio nella centrale idroelettrica di Suviana. A due anni dalla tragedia, mancano risposte concrete sulle cause dell'incidente.

Dolore e attesa per risposte a Gessate

Il dolore per la perdita di un figlio è un'esperienza indicibile. I genitori di Alessandro D'Andrea, residente a Gessate, vivono questa realtà da due anni. La tragedia è avvenuta il 9 aprile 2024 nella centrale idroelettrica di Bargi, evento poi ricordato come la strage di Suviana. Alessandro, 37 anni, lavorava per la Voith di Cinisello. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua famiglia: i genitori Daniele D’Andrea e Carla Consoloni, le sorelle Federica e Nicoletta, e la compagna Sara.

La famiglia denuncia la mancanza di progressi nelle indagini. «Non c’è nemmeno un termine che possa indicarla, questa cosa», affermano i genitori, riferendosi al lutto per la perdita di un figlio. Sono passati due anni dalla tragedia, ma non hanno ancora ricevuto spiegazioni chiare su come e perché sia accaduto l'incidente. La paura è che l'inchiesta si concluda senza colpevoli, che i riflettori si spengano sulla vicenda.

Indagini ferme, la frustrazione dei familiari

Le indagini sulla strage di Suviana vedono coinvolti cinque indagati. Tuttavia, le risposte sembrano ancora lontane. La situazione attuale delle indagini è rallentata da ostacoli tecnici. Non è possibile scendere sotto il piano -7 dell’impianto per recuperare ulteriore materiale utile all'inchiesta. Questo impedimento aggiunge ulteriore sofferenza ai genitori, che non riescono a comprendere cosa sia accaduto al loro figlio.

La famiglia ha recentemente scritto alla Procura per sollecitare aggiornamenti. Esprimono rabbia per la situazione attuale e dichiarano di essere pronti a qualsiasi azione per ottenere giustizia. «Non si può andare avanti così», affermano. Non vogliono giudicare, ma chiedono di essere informati. L'ingiustizia subita dal loro figlio è inaccettabile.

La vita dopo la tragedia: un incubo

La vita di Daniele D’Andrea e Carla Consoloni è descritta come un incubo. Il ricordo di Alessandro è costante, presente in ogni momento. Il vuoto lasciato da lui non si limita alla casa, ma si estende anche alla vita quotidiana. Il padre Daniele condivideva con il figlio molte attività, dalla caccia al tartufo al lavoro nei campi.

Anche l'aspetto economico aggiunge amarezza. L'Inail ha riconosciuto un risarcimento di soli 11mila euro, considerato ridicolo dai familiari. Alessandro era descritto come un ragazzo straordinario, che si era fatto da sé, con un percorso di studi impegnativo e un lavoro trovato con merito. La sua morte mentre lavorava è un ulteriore motivo di dolore.

I genitori respingono fermamente l'idea che la colpa possa ricadere su Alessandro o sugli altri giovani deceduti. Sottolineano che Alessandro era un professionista competente e che dare la colpa a chi non può più difendersi sarebbe troppo facile e ingiusto.

Oggetti personali, un legame spezzato

Tra gli elementi che aumentano il dolore, vi è la perdita degli effetti personali di Alessandro rimasti nella centrale. Il suo telefonino, il computer, lo zaino, le chiavi di casa e persino un quaderno con appunti per progetti futuri sono rimasti sepolti sotto le macerie e l'acqua. Per la famiglia, questi oggetti non sono semplici cose, ma rappresentano un legame tangibile con il figlio.

Anche se il recupero di questi effetti non potrebbe alleviare il dolore della perdita, rappresenterebbe un modo per conservare un ricordo fisico di Alessandro. La prospettiva che questi oggetti non esisteranno più, sommersi dall'acqua e probabilmente irrecuperabili, aggiunge un ulteriore strato di sofferenza a una tragedia già immane.

Domande frequenti

Cosa è successo esattamente nella centrale idroelettrica di Suviana?

Quali sono le prospettive per le indagini sulla morte di Alessandro D'Andrea?

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