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Il Coordinamento nazionale docenti propone un percorso didattico innovativo per ricordare Calogero Comaianni, vittima di mafia a Corleone nel 1945. L'iniziativa mira a far immedesimare gli studenti nella vita delle vittime per sviluppare empatia e consapevolezza civica.

Omicidio Comaianni, un monito dalla storia

Nel lontano 28 marzo 1945, la cittadina di Corleone fu teatro di un tragico evento. La vita di Calogero Comaianni, una guardia giurata di 45 anni, venne brutalmente interrotta. Quest'uomo, padre di cinque figli, divenne una delle prime vittime note del temibile mafioso Luciano Liggio. La sua morte segna un capitolo oscuro nella storia della Sicilia post-bellica.

In quegli anni, il controllo del territorio da parte di Cosa Nostra era ferreo. Bastava un sospetto, un'ombra di ostacolo agli interessi mafiosi, o una semplice sfortuna per finire nel mirino. Comaianni incarnava la legalità in un contesto dominato dalla criminalità organizzata.

La sua professione di guardia giurata lo portava a pattugliare le campagne. Il 2 agosto 1944, durante un giro di perlustrazione, sorprese due giovani intenti a rubare fieno. Si trattava di Luciano Liggio e Vito Di Frisco. Comaianni stesso condusse il giovane Liggio, all'epoca un contadino senza mezzi, tra le vie del paese, fino ai carabinieri.

Questo episodio accese in Liggio un profondo desiderio di vendetta. Dopo aver scontato tre mesi di carcere, vissuti come un'umiliazione, pianificò la sua risposta. La vendetta si manifestò con un primo tentativo di omicidio il 27 marzo 1945. Comaianni, però, si accorse di essere pedinato da due uomini incappucciati.

Riuscì a mettersi in salvo rientrando precipitosamente nella sua abitazione. Raccontò l'accaduto alla moglie, presagendo il pericolo imminente. La mattina seguente, il destino segnò inesorabilmente la sua sorte.

La vendetta mafiosa a Corleone

Il 28 marzo 1945, due sicari a volto scoperto seguirono nuovamente Calogero Comaianni. Quando si rese conto di essere braccato, tentò la fuga. Purtroppo, venne raggiunto sui gradini della sua casa, in via Sferlazzo.

Fu ucciso con tre colpi di lupara. La scena raccapricciante si consumò davanti agli occhi della moglie, Maddalena Ribaudo, e del figlio maggiore. Le testimonianze raccolte all'epoca narrano che Luciano Liggio assistette all'esecuzione con un macabro compiacimento, vedendo così realizzata la sua vendetta.

La signora Maddalena Ribaudo non esitò ad accusare pubblicamente Liggio e Giovanni Pasqua come esecutori materiali del delitto. Tuttavia, il coraggio di questa donna non trovò un riscontro adeguato nelle istituzioni statali. La sua testimonianza non venne presa nella dovuta considerazione dalle autorità.

Le indagini si trascinarono per anni. Solo nel 1949, una segnalazione rinnovò i sospetti su Liggio e Pasqua. Quest'ultimo venne arrestato e, inizialmente, confessò il suo coinvolgimento. Successivamente, però, ritrattò la sua versione, sostenendo di essere stato vittima di torture da parte dei carabinieri.

Sorprendentemente, la sua versione venne ritenuta credibile dalle autorità giudiziarie. Come spesso accadeva in quei contesti, al danno si aggiunse la beffa: entrambi gli accusati furono assolti per insufficienza di prove. La giustizia, in questo caso, non riuscì a fare piena luce sull'efferato omicidio.

Una nuova proposta didattica per la memoria

Il caso Comaianni viene oggi proposto come esempio emblematico della violenza mafiosa che imperversava a Corleone nel secondo dopoguerra. La sua vicenda, seppur meno nota rispetto ad altri episodi, simboleggia le innumerevoli vite oneste e comuni spezzate dalla mafia.

Queste vite, troppo a lungo dimenticate o marginalizzate nella narrazione storica ufficiale, meritano di essere ricordate e comprese. Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei Diritti umani intende offrire un nuovo approccio alla memoria delle vittime di mafia.

La proposta didattica non si limita alla semplice cronaca dei fatti o a un commemorazione passiva. L'obiettivo è quello di stimolare negli studenti un coinvolgimento attivo. Si vuole mettere i giovani nella condizione di “restituire voce” alle vittime attraverso un lavoro di immedesimazione storica e civile.

L'idea centrale è quella di costruire, partendo da documenti e testimonianze, narrazioni in prima persona. Gli studenti saranno invitati a creare diari immaginari, lettere o brevi monologhi. Attraverso questi strumenti, ricostruiranno gli ultimi giorni di vita delle vittime, i loro pensieri, le loro paure e il contesto sociale in cui erano immersi.

Questo metodo trasforma la memoria da un atto puramente commemorativo a un'esperienza viva e partecipata. Si mira a sviluppare negli studenti empatia, senso critico e una profonda consapevolezza civica. L'intento è quello di rendere i giovani protagonisti attivi nella costruzione di una cultura della legalità.

La professoressa Giovanna De Lucia Lumeno, del CNDDU, sottolinea l'importanza di questo approccio. In un territorio come quello di Corleone, profondamente segnato dalla storia mafiosa, è fondamentale promuovere strumenti educativi che educhino alla legalità e al rispetto della vita umana. La memoria delle vittime come Calogero Comaianni diventa così uno strumento potente per costruire un futuro diverso.

Questo percorso didattico si inserisce in un contesto più ampio di iniziative volte a contrastare la cultura mafiosa. Attraverso l'educazione e la consapevolezza, si spera di poter creare una generazione più forte e resiliente di fronte alle sfide della criminalità organizzata. La scuola diventa così un baluardo fondamentale nella lotta per la legalità e la giustizia sociale.

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