Dopo 29 anni, la giustizia ha fatto il suo corso per l'omicidio di Nada Cella. La Corte d'Assise ha emesso una sentenza che svela moventi di gelosia e ambizione, condannando Anna Lucia Cecere e svelando il ruolo di Marco Soracco.
Omicidio Nada Cella: la verità dopo 29 anni
Il caso dell'omicidio di Nada Cella, avvenuto a Chiavari nel 1996, ha finalmente trovato una sua conclusione giudiziaria. La Corte d'Assise ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di Anna Lucia Cecere, ex insegnante di 59 anni. La donna è stata riconosciuta colpevole dell'omicidio della giovane Nada Cella, uccisa all'età di 24 anni. Il delitto si consumò nello studio del commercialista Marco Soracco, per cui entrambe lavoravano.
La sentenza, articolata in circa 200 pagine, ha definito il quadro indiziario come "grave, preciso e concordante". Nonostante la notevole distanza temporale dai fatti, i giudici hanno ricostruito gli eventi. La condanna per Cecere è di 24 anni di reclusione. A ciò si aggiunge la condanna a 2 anni per Marco Soracco, accusato di favoreggiamento.
Gli ostacoli alle indagini e la metodologia dei giudici
I giudici hanno sottolineato la difficoltà di giudicare un caso così datato. Hanno evidenziato alcune "lacune investigative iniziali" che hanno ostacolato il lavoro degli inquirenti all'epoca. Anna Lucia Cecere era finita nel mirino degli investigatori già nel 1996. Tuttavia, la sua posizione fu archiviata in tempi relativamente brevi. La Corte ha rilevato che gli indizi raccolti non furono adeguatamente valorizzati.
La sentenza attribuisce un ruolo determinante a queste lacune al comportamento di Marco Soracco e di sua madre, Marisa Bacchioni. La loro reticenza e i tentativi di "sviare le indagini" hanno oggettivamente reso più difficile il lavoro degli investigatori. Questo "muro di silenzio" ha impedito di identificare tempestivamente il movente e i legami tra l'imputata e l'ambiente lavorativo.
La Corte ha basato la sua decisione su un solido quadro indiziario. I giudici hanno spiegato il loro approccio metodologico, affermando di essersi attenuti alla "soglia di esclusione di ogni ragionevole dubbio". Hanno evitato "deduzioni di natura logico-presuntiva" per colmare eventuali lacune. Il tempo trascorso, 29 anni, è stato considerato "assolutamente neutro".
Il movente: gelosia e ambizione
Anna Lucia Cecere è stata riconosciuta responsabile dell'omicidio per futili motivi. La Corte ha indicato rancore e gelosia nei confronti della vittima. La gelosia era legata alla vicinanza professionale di Nada Cella con Marco Soracco. La Corte ha escluso l'aggravante della crudeltà. La ricostruzione parla di un'aggressione brutale, con almeno dieci colpi alla testa e numerosi altri al corpo.
Il movente è stato descritto come un misto di sentimenti. Cecere vedeva in Nada Cella un "insormontabile ostacolo" alla sua aspirazione di una relazione con Soracco. Ma non solo amore o gelosia. Il delitto fu alimentato anche dal "desiderio di subentrare alla vittima nel ruolo privilegiato" nello studio. Questa ambizione ha portato i giudici a definire il movente "passionale-economico".
La prova della presenza sulla scena del crimine
Una parte significativa delle motivazioni è dedicata alla "presenza di Cecere nei pressi del luogo del delitto". La Corte ha incrociato testimonianze e rilievi tecnici per ricostruire la fuga. Particolare attenzione è stata data alle testimonianze che riferirono del "rumore di accensione di un ciclomotore" allontanarsi rapidamente dall'area. Questo elemento ha contribuito a chiudere il cerchio sulla presenza fisica dell'imputata.
La dinamica dell'aggressione è stata confermata dai "rilievi autoptici". La Corte ha valutato la violenza subita da Nada Cella come coerente con un attacco nato da un odio profondo. L'omicidio è stato descritto come l'eliminazione violenta di chi era considerato l'unico impedimento alla vita desiderata da Cecere.
Marco Soracco: il favoreggiamento e il depistaggio
Marco Soracco, datore di lavoro di Nada Cella, è stato condannato per favoreggiamento personale. La Corte d'Assise ha ritenuto che abbia "lavorato nell'ombra per proteggere l'assassina". Ha ostacolato la giustizia e depistato le indagini per quasi tre decenni. La sua condanna squarcia il velo di reticenza sullo studio professionale.
I giudici hanno definito la condotta di Soracco e di sua madre come "sostanziale aiuto" ad Anna Lucia Cecere. Soracco avrebbe agito concretamente per aiutare l'assassina a "eludere le investigazioni". Ha fornito versioni dei fatti volte a "sviare le indagini".
La colpa principale risiede nella "reticenza" dell'imputato. Soracco è accusato di non aver riferito tempestivamente quanto a sua conoscenza. Questo silenzio è stato valutato come una scelta consapevole. La Corte sottolinea che Soracco aveva elementi sufficienti per sospettare di Cecere. Ha preferito mantenere un profilo ambiguo, congelando il caso per ventinove anni.
La motivazione dietro la protezione dell'assassina sarebbe la volontà di preservare il "prestigio dello studio" e la tranquillità personale. Collaborare avrebbe significato ammettere il legame con Cecere ed esporre lo studio a uno scandalo. I giudici descrivono un comportamento volto a tutelare la propria posizione sociale.
La condanna per favoreggiamento non riguarda un singolo episodio, ma una condotta protratta nel tempo. Soracco ha mantenuto un atteggiamento non collaborativo anche durante la riapertura delle indagini. Questo "muro di silenzio" ha reso il caso uno dei più lunghi della cronaca italiana. La sentenza stabilisce che il favoreggiamento ha garantito l'impunità di Cecere per molto tempo.