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Martina e Giuseppe, residenti a Cesena e nello spettro autistico, condividono le loro esperienze di vita. Sottolineano la necessità di una società più adattabile anziché chiedere ai neurodivergenti di conformarsi. La loro testimonianza mira a sensibilizzare sull'autismo e promuovere una maggiore comprensione.

La necessità di una società che cambia

Si discute spesso di inclusione, ma l'approccio attuale sembra richiedere ai meno conformi di adattarsi a standard preesistenti. L'idea è di creare un ambiente accogliente per tutti, senza imporre la necessità di modificarsi. Questo principio guida la condivisione di esperienze di Martina Monti e Giuseppe Marino.

Entrambi sono nello spettro autistico e hanno scelto di rendere pubblica la loro storia. Il loro obiettivo è aumentare la consapevolezza sulla neurodivergenza. Martina, 37 anni, lavora presso un patronato a Ravenna. Giuseppe, 50 anni, insegna inglese al liceo artistico Nervi-Severini. Da poco sono diventati genitori della piccola Ginevra.

La loro testimonianza offre una prospettiva diretta sulla vita all'interno di un mondo prevalentemente progettato per persone neurotipiche. Vogliono far comprendere le sfide quotidiane e le esigenze specifiche.

Diagnosi tardiva: un percorso di scoperta

La diagnosi di autismo per Giuseppe è arrivata nel 2022, in età adulta. Una sua amica, dopo aver ricevuto la diagnosi per il figlio, ha suggerito a Martina di approfondire. Questo ha portato entrambi a consultare specialisti.

La scoperta ha fornito una spiegazione a molte esperienze passate, incluse ansia e difficoltà relazionali. «È stato sconvolgente e liberatorio», racconta Giuseppe. Ha permesso di comprendere che il suo cervello funziona in modo differente, non che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui.

Anche per Martina, la diagnosi è stata inizialmente destabilizzante. Molti eventi del passato hanno assunto un nuovo significato. Tuttavia, ha rappresentato un sollievo, offrendo una chiave di lettura per la propria identità.

Vivere dopo la diagnosi: autenticità e strategie

Prima della diagnosi, Martina cercava costantemente di adattarsi, studiando gli interessi altrui per socializzare. Si sforzava di partecipare a conversazioni su argomenti che non la interessavano, come la letteratura di Jane Austen. Dopo la diagnosi, ha smesso di fingere.

Ora si rispetta e vive in modo più autentico. Giuseppe descrive i comportamenti passati come «strategie di sopravvivenza sociale», oggi definite «masking». La diagnosi ha richiesto una riscoperta della propria identità, liberandosi da comportamenti acquisiti.

Ha lasciato la musica, sua precedente passione, che usava come mezzo di socializzazione. Ora preferisce relazioni più ristrette ma significative. La coppia ha notato un cambiamento profondo: meno imitazione degli altri e maggiore attenzione ai propri limiti energetici.

Sfide quotidiane: ambiente e sovraccarico sensoriale

Le difficoltà incontrate derivano dall'interazione tra il loro modo di funzionare e un ambiente non adattato. Martina sperimenta sovraccarico sensoriale con rumori forti e suoni sovrapposti. Ambienti come discoteche o supermercati possono causare forte disagio.

Anche il luogo di lavoro presenta sfide, nonostante accorgimenti che le permettono di gestire lo stress. Il «masking» continuo, ovvero la previsione delle interazioni sociali, richiede uno sforzo mentale enorme. Questo può portare a stanchezza, depressione e burnout.

Giuseppe cita il pendolarismo in treno come esempio. La procedura per gestire l'ansia legata ai mezzi pubblici lo lascia esausto. Auspica treni più accessibili, con orari precisi e ambienti meno stressanti.

Hanno notato che alcuni paesi, come gli Stati Uniti, sono più attenti alle esigenze delle persone neurodivergenti. Durante il viaggio di nozze, hanno ricevuto supporto e attenzioni che hanno migliorato notevolmente la loro esperienza.

Percezione sociale e il concetto di normalità

Martina si sente a disagio quando, a causa del suo masking efficace, non viene creduta riguardo alla sua neurodivergenza. La minimizzazione delle sue difficoltà, seppur non intenzionale, le nega le problematiche vissute.

Grazie a un clima di lavoro positivo, i suoi colleghi le chiedono se determinate situazioni le causino fastidio. Questi accorgimenti, apparentemente banali, determinano la sua capacità di recuperare energie a fine giornata.

Giuseppe si considera normale, semplicemente diverso dalla maggioranza. Lui e Martina mirano a educare alla diversità. La neurodivergenza, come altre identità, può portare a essere visti con sospetto se non ci si conforma alla maggioranza.

La conoscenza e la comunicazione naturale sono fondamentali per superare questi pregiudizi. Martina ritiene che il concetto di normalità sia inesistente. Sottolinea che alcune condizioni rappresentano una disabilità nel contesto sociale attuale.

È importante non dimenticare che certe persone necessitano di adattamenti specifici. L'obiettivo futuro è creare spazi fruibili da tutti, dove nessuno si senta a disagio o escluso.

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