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Una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran è stata siglata a Islamabad, grazie alla mediazione del Pakistan. L'esperta di geopolitica Simona Epasto analizza se si tratti di una vera de-escalation o di una pausa strategica.

Una pausa strategica nel conflitto

La recente tregua tra Stati Uniti e Iran, mediata dal Pakistan, non sembra preludere a una vera de-escalation. La professoressa Simona Epasto, docente di Geopolitica all'Università di Macerata, la definisce una «sospensione strategica del confronto». L'obiettivo sarebbe una temporanea ricalibrazione dei rapporti di forza.

L'apertura di un tavolo negoziale a Islamabad è un passo importante. Tuttavia, non modifica le cause profonde della crisi. Come osserva Carlo Jean, la geopolitica si basa sui rapporti di potere nello spazio. Attualmente, questi rapporti non sono riequilibrati, ma solo momentaneamente sospesi.

Guerra e pace in un continuum

La tregua si inserisce in un quadro complesso, descritto come un «continuum tra guerra e pace». Le due dimensioni non si susseguono linearmente, ma si compenetrano. La professoressa Epasto, nel suo saggio «Guerra e pace: confini, limiti e rappresentazioni nelle narrazioni e nelle contronarrazioni», evidenzia questa ambivalenza strutturale. La contemporaneità geopolitica è segnata da questa dualità.

Citando Carl von Clausewitz, la tregua non interrompe il conflitto. Essa ne rappresenta piuttosto una modulazione. È una variazione di intensità, mantenendo la stessa logica strategica di fondo. La guerra e la pace si fondono in un unico processo.

Lo Stretto di Hormuz: leva strategica

La richiesta statunitense di riaprire lo Stretto di Hormuz è cruciale. Questo snodo è fondamentale per la geografia energetica globale. È un «choke point» con interessi economici e strategici di vasta portata.

Lo spazio geografico, come sottolinea Gianfranco Lizza, non è mai neutro. Diventa strumento di potere se usato per esercitare controllo. Hormuz non è solo un passaggio marittimo. È un dispositivo geopolitico che permette agli attori di ridefinire i propri margini d'azione.

La richiesta americana si inserisce in una dinamica di «weaponization» dello spazio. Infrastrutture critiche e rotte energetiche diventano leve di pressione strategica. La loro trasformazione in «arma» è una tattica di potere.

Hormuz, indicatore di stabilità

Le dinamiche conflittuali attuali vanno oltre il piano militare. Si estendono alle dimensioni economiche e finanziarie. Queste assumono un ruolo sempre più importante negli equilibri geopolitici. Hormuz è un vero indicatore sistemico di stabilità.

La sua apertura segnala una temporanea ricomposizione delle tensioni. La sua vulnerabilità, invece, riattiva immediatamente dinamiche di escalation. La professoressa Epasto, nel suo saggio «Le “guerre rinnovate” del periodo post-bipolare e le “nuove paci”», analizza questi aspetti.

Pluralità di mediatori e frammentazione

La mediazione della Cina ha favorito il cessate il fuoco. L'esclusione del Libano da parte di Israele solleva interrogativi. Si tratta di un nuovo equilibrio o di crescente frammentazione geopolitica?

Più che un nuovo equilibrio, si osserva una fase di ridefinizione frammentata. Il ruolo della Cina indica una pluralizzazione dei centri di mediazione. Questo è coerente con un mondo sempre più multipolare.

Tuttavia, questa pluralità aumenta la complessità. I processi decisionali e negoziali diventano più articolati. L'esclusione del Libano da parte di Israele evidenzia una de-escalation selettiva. Il riferimento a Hezbollah conferma la natura multilivello del confronto.

Deterritorializzazione dei conflitti

I conflitti contemporanei tendono a «deterritorializzarsi». Si riarticolano in configurazioni spaziali complesse e stratificate. Emergono molteplici teatri interconnessi, ma non sovrapponibili.

Non siamo di fronte a un ordine regionale stabilizzato. È una fase di transizione. Gli equilibri vengono continuamente ridefiniti attraverso dinamiche di adattamento. La professoressa Epasto descrive questo fenomeno.

Il futuro della tregua

Alla scadenza delle due settimane, è improbabile una stabilizzazione effettiva. È più verosimile una prosecuzione del conflitto in forma controllata. La tregua serve a ridefinire i margini operativi degli attori. Permette di testare le linee rosse e la tenuta delle mediazioni.

Si vuole evitare un'escalation immediata ad alto costo. Si ipotizza una doppia traiettoria. Da un lato, una possibile proroga della tregua, se l'equilibrio su questioni cruciali come Hormuz si mantiene. Dall'altro, forme di pressione indiretta, politiche, economiche o militari a bassa intensità.

La tregua ridefinisce la guerra

La relazione tra guerra e pace è ormai un continuum. Le due dimensioni coesistono e si trasformano. Lo scenario più probabile non è né la pace né la guerra aperta. È una zona intermedia di instabilità regolata.

Il conflitto viene gestito, contenuto e rinegoziato costantemente. Non si tratta di una tregua che porta alla pace. È una «tregua che ridefinisce le modalità della guerra», conclude la professoressa Epasto.

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