Giò Di Falco, autore e regista, critica la politica agrigentina. Sottolinea come la lamentela costante sui problemi della città non porti a soluzioni concrete. Chiede competenza ai candidati per le prossime amministrative, mettendo in guardia contro l'improvvisazione.
La critica alla liturgia della lamentela
Da sessant'anni la narrazione pubblica di Agrigento sembra bloccata. Un'immagine fissa domina: il cittadino o il politico che punta il dito contro il rubinetto a secco. Si evidenzia la strada dissestata o l'accumulo di rifiuti. Questa è una vera e propria liturgia della lamentela. Si tramanda di generazione in generazione.
Oggi, i social network amplificano questo lamento. Diventano un megafono assordante. Purtroppo, questo amplificatore rimane tragicamente sterile. Non produce risultati tangibili per la comunità.
L'autore e regista Giò Di Falco ha indirizzato una lettera aperta. I destinatari sono i candidati alle prossime elezioni amministrative di Agrigento. La sua analisi è netta e decisa.
Competenza vs. indignazione: un divario pericoloso
Dobbiamo avere il coraggio intellettuale. Dobbiamo ammettere una verità scomoda. Indicare un problema non significa possedere la soluzione. Sessant'anni di denuncia del degrado non hanno portato benefici. Non hanno aggiunto un solo metro di condotta idrica. Non hanno migliorato l'efficienza dei servizi.
Questo accade perché la denuncia è un atto emotivo. La soluzione, invece, è un atto amministrativo complesso. Richiede una competenza specifica. Non si può improvvisare una gestione efficace.
Di Falco chiarisce un punto fondamentale. Non c'è nulla di personale contro i giovani. Né contro chiunque decida di mettersi in gioco. L'entusiasmo e la voglia di fare sono necessari. Sono segnali positivi per la città. Ma da soli non sono assolutamente sufficienti.
Siamo caduti in un equivoco pericoloso. Abbiamo creduto che l'onestà e l'indignazione fossero titoli validi. Titoli sufficienti per governare una macchina complessa. Una macchina ferocemente incancrenita come quella agrigentina. La buona volontà, da sola, non ha mai riparato una condotta. Non ha mai risanato un bilancio in rosso.
La politica: disciplina di precisione, non magia
Lamentarsi è un esercizio facile. Tutti siamo capaci di farlo. Siamo diventati maestri in questo. Le ragioni sono spesso sacrosante. Ma la protesta non può più essere scambiata per capacità di governo. Chi si candida oggi ha un dovere preciso. Deve dimostrare, ora, non dopo il voto, di saper leggere la “scatola nera” del Comune.
Non basta più urlare che l'acqua manca. Bisogna dimostrare di sapere dove si trova il problema. In quale ufficio è bloccato l'iter? Quale capitolo di bilancio è interessato? Sotto quale firma giace la pratica? Senza una mappa dettagliata del labirinto normativo, i nuovi eletti diventeranno alleati involontari. Alleati di quei ‘colletti bianchi’ che gestiscono davvero il potere. Lo fanno nel silenzio degli uffici. Hanno visto passare intere stagioni politiche restando sempre al loro posto.
L'elettore è stanco di profeti. Stanco di chi promette di premere ‘bottoni’ inesistenti. La politica non è un atto di magia. È una disciplina di precisione. Se i nuovi protagonisti non sanno come si smonta tecnicamente un affidamento diretto. Se non sanno come si riformano gli statuti delle Fondazioni. Quelle Fondazioni che prosciugano risorse collettive. Allora la loro presenza in Consiglio sarà solo una comparsata coreografica.
La competenza deve precedere il voto
Il sistema si nutre dell'impreparazione degli eletti. Per questo motivo, la prova della competenza deve essere antecedente al voto. La città non può più permettersi il lusso del “vedremo cosa sapranno fare”. Il dibattito deve finalmente spostarsi. Deve passare dal ‘cosa non va’. Questo è ormai un patrimonio comune di sofferenza. Deve passare al ‘come si interviene normativamente’.
Dobbiamo tornare a fare della politica lo studio delle carte. La sfida alla tecnocrazia deve avvenire sul suo stesso terreno. Senza questo scarto culturale, Agrigento continuerà a cambiare le facce. Cambierà i suoi ‘protestatari’ ogni cinque anni. Ma rimarrà immobile. Con lo stesso rubinetto a secco. Con lo stesso declino inarrestabile. Guarderà scorrere un altro sessantennio di occasioni perdute. Tutto tra l'illusione di un post sui social e la dura realtà di una burocrazia che divora i dilettanti a colazione.